Minacce e offese attraverso i social: non solo diffamazione, ma anche stalking - DONNEXSTRADA
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Minacce e offese attraverso i social: non solo diffamazione, ma anche stalking

Stalking e diffamazione

Grazie ad una recente ed importante sentenza della Cassazione, chi minaccia o offende sui social rischia un processo – e una condanna – per due reati: stalking e diffamazione.

Il reato di atti persecutori – detto stalking – consiste nella persecuzione della vittima che, come conseguenza, vive angosciata, provando ansia e paura oppure, a causa delle molestie e minacce ricevute, deve modificare le proprie abitudini di vita.

Questo delitto non richiede una condotta specifica, ma una pluralità di minacce o molestie. A tal proposito la Cassazione ha rilevato che non è necessaria una particolare durata temporale delle condotte, essendo sufficiente la mera reiterazione delle stesse, ravvisabile anche nella commissione di due episodi di minaccia o molestia.

Sotto il profilo psicologico è sufficiente il dolo generico, ossia la volontà di porre in essere condotte minacciose o moleste, con la consapevolezza della loro idoneità a produrre taluno degli eventi descritti nell’art. 612 bis c.p..

Per quanto concerne la diffamazione è un reato che si consuma quando, comunicando con più persone, si offende l’altrui reputazione. I requisiti per la sua integrazione sono, in primo luogo l’assenza della vittima, che non può difendersi; in secondo luogo l’offesa alla reputazione, intesa come la stima che gli altri hanno della sfera morale di una persona; infine, la comunicazione con più persone (almeno due per giurisprudenza costante).

Con riferimento all’elemento psicologico del reato in esame, è sufficiente il dolo generico, ossia la coscienza e volontà dell’offesa e della sua comunicazione a due o più persone.

Qualora la diffamazione avvenga a mezzo stampa, si applica una circostanza aggravante.

La recente sentenza della Suprema Corte

La Corte di Cassazione, con sentenza n.16257 del 17 aprile 2023, ha confermato la condanna inflitta in primo e secondo grado (ad un anno e sei mesi di reclusione per i delitti di atti persecutori e diffamazione) nei confronti di un’imputata che sui social aveva pubblicato post offensivi ed intimidatori nei confronti di una donna e, precisamente di una consulente di un Giudice.

L’imputata aveva persino scritto che la persona offesa era “collusa con la mafia”.

La Suprema Corte ha innanzitutto sottolineato “il dato oggettivo della riferibilità alla donna dei post e articoli aventi come bersaglio la professionista”.

La Cassazione ha, poi, specificato come il reato d’atti persecutori non sussista soltanto con pedinamenti e appostamenti, ma anche con continui post intimidatori pubblicati sui social come Facebook o Instagram.

Più precisamente le pubblicazioni sui social – tenuto conto che l’imputata postava con cadenza quasi quotidiana – integrano stalking, in relazione alla loro “virulenza e ossessiva ripetitività”.

Va ricordato come in passato, con riguardo ad un’ipotesi di stalking via social, la Cassazione avesse sostenuto che il mutamento delle abitudini di vita può consistere nella sospensione di un account social oppure nel bloccare alcuni contatti.

Inoltre, secondo gli Ermellini integra l’elemento materiale del delitto di atti persecutori la condotta di chi reiteratamente pubblica sui “social network” foto o messaggi (o anche video) aventi contenuto denigratorio della persona offesa – con riferimento alla sfera della sua libertà sentimentale e sessuale – in violazione del suo diritto alla riservatezza (Cass. pen. n. 26049/2019).

Secondo la Corte sussiste anche diffamazione, che si consuma attraverso la pubblicazione di post sui social e viene considerata aggravata, perché paragonata all’ipotesi a mezzo stampa.

Nel caso analizzato dalla Cassazione nella recente sentenza, le parole dell’imputata hanno superato il “limite della continenza”, limite immanente all’esercizio del diritto di critica.

In particolare, in tema di diffamazione l’esercizio del diritto di critica, necessario per l’interesse pubblico della notizia oppure dalla funzione esercitata dal soggetto criticato, non può autorizzare un’offesa attraverso espressioni denigratorie.

E le affermazioni dell’imputata non sono state soltanto “pungenti”, “forti e incisive”, come sostenuto dalla difesa dell’imputata, ma indubbiamente lesive della reputazione.

 

Conclusioni

Occorre prestare attenzione a ciò che si scrive sui social o nelle chat per evitare di incorrere in procedimenti penali per diffamazione, stalking o minacce.

Una condotta isolata, costituita dalla pubblicazione di un’offesa sui social, può integrare il reato di diffamazione e se il contenuto è minatorio anche di minaccia.

Se la condotta è, invece, reiterata nel tempo e ciò determina uno stato d’ansia nella vittima, può sussistere il reato di stalking.

In caso di offese e minacce ripetute potrebbero essere contestati sia lo stalking, che la diffamazione (aggravata), alla luce della recente sentenza pronunciata dalla Cassazione.

 

Avv. Stefania Crespi

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