Violenza sessuale e accessibilità dell’SSN: care e modalità di accoglienza. - DONNEXSTRADA
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Violenza sessuale e accessibilità dell’SSN: care e modalità di accoglienza.

Autrici: Ost. Alessia Marzero, Ost. Sara Salis, Ost Cristina Stura

 

L’Italia fa parte dal 2011 della Convenzione di Istanbul, ovvero uno strumento internazionale giuridicamente vincolante che fornisce le linee guida per:

-la prevenzione della violenza domestica,

-la protezione delle vittime (compresi i minori) che assistono,

-incoraggiare ad usare programmi di sostegno per perseguire a livello legale chi commette violenza,

– proporre politiche integrate.

 

Ma com’è definita e come si configura la violenza contro le donne? 

La violenza di genere è definita come qualsiasi tipo di violenza contro una donna in quanto tale, in violazione dei diritti umani e discriminando il genere femminile. La violenza si configura quando vi è un atto che possa provocare danno fisico, sessuale, psicologico o economico, che possa provocare nella donna sofferenza. La violenza può comprendere minacce, coercizione, privazione arbitraria della libertà individuale, sia in ambito privato che pubblico.

Le varie forme di violenza possono coesistere e presentarsi con tempistiche e modalità diverse. In particolare, la violenza fisica può presentarsi come:

  • Sotto forma di minaccia di essere colpita, spinta, strattonata, afferrata, …
  • Essere limitata nei propri movimenti o nella propria libertà (es: essere messa contro un muro, in un angolo, bloccata…)
  • Trovarsi la persona a pochi centimetri dal viso in stato alterato (urla, minacce, …)
  • Essere stretta per le braccia o in altre parti del corpo in maniera dolorosa e/o intimidatoria, strangolata, soffocata;
  • Essere schiaffeggiata, picchiata, sculacciata, presa a calci, morsi, pugni;
  • Essere colpita da oggetti, bruciata con oggetti roventi (es: sigarette), armi;
  • Assistere a lanci di oggetti, calci e pugni a mobili/muri;
  • Vedere maltrattare, uccidere, ferire o minacciate altre persone care e/o animali domestici;
  • Essere sequestrata o al contrario messa fuori casa;
  • Essere privata di cure mediche;
  • Essere obbligata a subire mutilazioni genitali femminili.

 

La violenza sessuale è un delitto commesso da chi usa in modo illecito la propria forza, la propria autorità o un mezzo di sopraffazione costringendo con atti, prevaricazione o minaccia (esplicita o implicita) a compiere o a subire atti sessuali contro la propria volontà. Nella violenza sessuale la persona è intimorita, spaventata, non si sente al sicuro. Ciò potrebbe scatenare effetti opposti di reazione: fight or flight o freezing.

È un comportamento che una persona non ha incoraggiato, né scelto.

Infatti, ad esempio, nell’immaginario collettivo si pensa che la gravidanza sia una situazione protettiva nei confronti di violenze sessuali e/o fisiche. I dati Istat del 2014, seppur datati, ci dicono che negli ultimi anni la violenza è iniziata, aumentata o rimasta costante in gravidanza, e che solo una piccola parte degli abusi sono diminuiti.

 

Cosa fare e a chi rivolgersi se si subisce violenza sessuale e/o domestica?

Prendendo come riferimento la Legge Regionale vigente in Piemonte andremo nel dettaglio a mostrare il lavoro nei pronto soccorsi e ad elencare le figure professionali coinvolte. In Italia, infatti, ogni Regione si organizza in base alle proprie risorse ed alla propria pianificazione interna. Il “codice Rosa” è utilizzato anche in Veneto, Toscana, Abruzzo, Umbria e Sicilia, con caratteristiche simili a ciò che avviene in Piemonte.

In Piemonte con la Legge Regionale numero 14 del 24/02/2016 “Interventi di prevenzione e contrasto della violenza di genere e per il sostegno alle donne vittima di violenza ed ai loro figli”, indica come rete sanitaria quattro possibili punti:

  • Chiamare il 118 per l’emergenza territoriale;
  • Tutti i DEA (pronto soccorso ospedalieri) di I e II livello;
  • Il medico di medicina generale ed il pediatra di libera scelta;
  • Il personale che lavora presso i Consultori.

 

I DEA (dipartimento emergenza urgenza accettazione) o il servizio del 118 sono tenuti ad attivare il “codice rosa” come colore aggiuntivo al codice colore di gravità, che è visibile solo ed esclusivamente agli operatori sanitari. La presa in carico avverrà da parte di ginecologa, ostetrica, psicologa, assistente sociale, infermiera, personale del DEA e di altre figure ritenute utili. Il servizio è attivo 24 ore su 24 con almeno un operatore con competenze nell’attivazione immediata delle figure e dei servizi competenti.

I compiti dell’equipe sono: presa in carico della vittima, raccordo con servizi sociali e servizi antiviolenza, fornire consulenza medica, coordinamento degli operatori della rete sanitaria sul territorio (MMG, consultorio, …) e assegnare il codice di esenzione ticket chiamato “VG1” valido per 1 anno, per poter effettuare in maniera gratuita tutti gli accertamenti diagnostici e visite specialistiche post violenza.

Percorso in D.E.A. 

La presa in carico inizia al triage, in cui si cerca di riconoscere segnali di violenza, anche se non dichiarata, cercando ad esempio di indagare se ci siano stati precedenti accessi in pronto soccorso. Con il triage viene attribuito un codice colore di priorità giallo, arancione o rosso, con un’attesa massima di 20 minuti, per evitare che la persona abbia ripensamenti e si allontani. La persona viene portata in un’area protetta, senza la presenza di accompagnatori, fatta eccezioni per i figli o minori presenti. Al codice giallo o arancione, che è la priorità clinica, viene parallelamente attribuito il codice regionale rosa.

In DEA, oltre alla presa in carico della persona vittima di violenza e al suo supporto, vengono fatte le prime repertazioni delle prove e i primi rilevamenti, dopo aver ottenuto il consenso della persona.

Anche per fini giudiziari vengono scattate foto sia alla persona (soprattutto se ci sono segni visibili della violenza), che agli oggetti che ha con sé, compresi gli indumenti (vestiti e intimo); si prelevano eventualmente campioni di materiale biologico (saliva, sperma, sudore, sangue, cellule sfaldamento epidermide) per trovare eventuali tracce di DNA; si procede alla visita ginecologica e si somministrano farmaci per la contraccezione d’emergenza e per evitare il rischio di trasmissione di agenti coinvolti nelle infezioni sessualmente trasmesse (Pep per HIV, antibiotici). Gli antibiotici sono generalmente somministrati per bocca e la durata della terapia dipende dalla molecola utilizzata e dal protocollo ospedaliero. Essendo una somministrazione per bocca la persona può continuare la terapia a domicilio o in una struttura antiviolenza, senza che sia necessario un ricovero. La PeP, ovvero la profilassi post- esposizione al rischio di trasmissione HIV, sono farmaci che possono essere somministrati a scopo preventivo nelle ore immediatamente successive ad un evento ad alto rischio di infezione, quali l’esposizione a sangue fresco, a rapporti sessuali penetrativi con persone HIV-positive o ad alto rischio di infezione, quindi anche nei casi di violenza sessuale.

La Profilassi post-esposizione (PEP) è efficace se iniziata entro le 48 ore successive e si basa sulla somministrazione di una combinazione di farmaci anti-retrovirali per un periodo di 4 settimane. Per poter comunque escludere il contagio, dopo aver fatto concluso il ciclo di PEP, la persona di sottoponga ai test per la diagnosi di HIV all’inizio del trattamento (tempo zero) e dopo 45 giorni (per i test combinati) o 90 giorni (per i test solo anticorpali).

La donna che subisce violenza può denunciare la persona che le ha fatto violenza o denunciare contro; inoltre, la denuncia da parte dell’Ospedale parte d’ufficio se il fatto è commesso contro minore o contro persona con disabilità.

È importante che la struttura sanitaria sia adeguata e gli operatori siano formati per effettuare la repertazione del materiale poiché devono redigere un verbale e allestire un verbale per la catena di custodia di tutti i campioni raccolti.

A conclusione della visita, prima della dimissione, viene utilizzato uno strumento di rilevazione del rischio di recidiva e mortalità “brief risk assesment for the emergency dept.”, classificato in alto, medio e basso. Se lo score viene medio-alto si propone alla persona assistita di rimanere in appoggio in OBI (degenza temporanea) all’interno del pronto soccorso per circa 36-72 ore con eventuali figli al seguito. In questo arco di tempo si cerca un posto più sicuro per la persona (casa rifugio, centro antiviolenza).

 

Bibliografia:

Convenzione di Istanbul; 11/05/2011: https://www.istat.it/it/files/2017/11/ISTANBUL-Convenzione-Consiglio-Europa.pdf
https://documenti.camera.it/leg17/dossier/pdf/ac0173.pdf

Codice Rosa Piemonte: https://www.cr.piemonte.it/dwd/pubblicazioni/tascabili/73_donne.pdf

Pep – prassi post esposizione HIV: https://www.lila.it/it/infoaids/467-ppe

 

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