Consenso è un “cazzo, sì!” - DONNEXSTRADA
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Consenso è un “cazzo, sì!”

Essere un essere umano, che tesse relazioni e interagisce con gli altrə non è un gioco da ragazzi. O meglio, non è un gioco. Proveniamo da famiglie diverse, che ci educano per come sono state educate a loro volta, abbiamo storie, paure e desideri tutti nostri, abbiamo aspettative, possibilità, ostacoli che ci siamo ritrovatə per le mani e che non assomigliano a quelle degli altrə. E questo, a volte, può creare conflitto: dare per scontato che se una cosa è vera e giusta per noi, perché ci è stato insegnato così o ne abbiamo fatto esperienza in quel modo, lo sia poi anche per ogni amicə, partner e conoscente della nostra vita. L’unica verità applicabile davvero a tuttə è che siamo tuttə diversə e avere relazioni appaganti, piacevoli e sicure è il lavoro di una vita, il quale richiede generose dosi di impegno e che comunque non significa non avere conflitti affatto, quanto piuttosto di dotarsi di una cassetta degli attrezzi utile a vivere e risolvere i conflitti nel modo migliore per ogni parte coinvolta.

 

Consent is a yes! anything else is just a guess

Uno degli attrezzi chiave per intrattenere una relazione sana ed equilibrata – e con relazione parliamo di qualsiasi rapporto, romantico, sessuale, amicale, familiare, lavorativo, … – è la comunicazione, e comunicazione è un sacco di cose. È, ad esempio, consenso. Parliamo di consenso non solo quando si tratta di avere un rapporto sessuale, ma ogni volta che il nostro corpo è coinvolto in un’interazione. Perciò, non solo siamo chiamatə a gestire il consenso – darlo e riceverlo – quotidianamente, ma lo facciamo fin da piccolissimə e per le questioni più svariate. Il consenso è il permesso per fare qualcosa e quando quel qualcosa riguarda il nostro corpo, lə unicə a poterlo concedere siamo noi. Naturalmente, non è così facile. Ci sono numerose condizioni che intervengono, alcune personali, altre culturali e altre ancora legate alle circostanze. Ad esempio, chi scrive non ama particolarmente i baci, tuttavia sono cresciuta in una cultura, quella italiana, in cui è abitudine salutarsi baciandosi due o tre volte sulla guancia e trovo faticoso negoziare tutte le volte la mia volontà di non dare baci. A volte mi tiro indietro, altre temporeggio fino a che l’altrə se ne dimentica, altre dico chiaramente di no. Altre volte però, bacio e basta. Per me è difficile dire di no, perché è una pratica talmente radicata nelle nostre abitudini e un gesto così semplice e veloce che lə miə interlocutorə difficilmente si chiede se per me vada bene, non se lo aspetta e talvolta non capisce.

Per questo motivo, dire “sì è consenso” e “no è non-consenso” rischia di essere una lettura un po’ riduttiva della questione. Diciamo piuttosto “consent is a yes! anything else is just a guess” (consenso è un sì! qualsiasi altra cosa è solo un’indovinare), che significa che tutto quello che non è un sì! entusiasta non è consenso: un sorriso, una risata nervosa, un ok stretto tra i denti, un mormorio, essere vestiti in modo sexy, ballare, essere ubriachə o sotto effetto di sostanze, tutto questo non è consenso. Dire di sì perché la tua vita è in pericolo o si è ricattatə non è consenso, è sopravvivenza.

 

Il consenso dev’essere FRIES

Il consenso dev’essere FRIES, un acronimo inglese che sta per freely given, reversible, informed, enthusiastic, specific. Liberamente dato, significa che il consenso dev’essere libero da qualsiasi minaccia, ricatto, manipolazione, dinamica di potere (per ruolo, età, stato di salute); reversibile perché il consenso può essere ritirato in qualsiasi momento, è ok decidere che quella situazione non è più safe, divertente o piacevole per noi e che non ne vogliamo più fare parte; il consenso è informato rispetto a quello che sta per succedere, in modo da sapere esattamente a cosa si sta dicendo di sì. È entusiasta, cioè è un’esclamazione, un “sì cazzo! Facciamolo”, è contento, deciso, coinvolto, pieno. Tutto quello che non è così convinto, non è consenso. Ed è specifico, precisamente per quella pratica che abbiamo discusso, non per tutto quello che verrà dopo o domani, è consenso solo per quel momento e quella precisa circostanza. Convincere, forzare, spingere, contestare, insistere, dare per scontato, sminuire, e tutte le altre forme di coercizione fisica, verbale ed emotiva rientrano nello spettro della violenza sessuale e sono un crimine.

 

Educazione al consenso e dati

La mancanza di educazione al consenso di cui tuttə facciamo esperienza mina la presa di consapevolezza e la padronanza di parole per descrivere quella che ci è sembrata solo una “brutta esperienza” o del “sesso sotto pressione” come una violenza, che da un lato non viene denunciata e dall’altro potenzialmente perpetrata ancora. Ad esempio, potrebbe trattarsi di sesso orale forzato, forzare un partner ad una pratica senza che sia accordata, fare sesso con o toccare una persona che dorme, voyeurismo non consensuale (comprende guardare, fare foto o filmare qualcunə nudə o coinvoltə in una pratica sessuale), rimuovere il preservativo senza consenso, palpeggiare.

I dati della Polizia di Stato ci dicono che viene denunciata una violenza sessuale ogni 131 minuti, 11 forme di violenza al giorno, che nell’arco della vita hanno interessato il 31,5% delle persone assegnate femmine alla nascita tra i 16 e i 70 anni (6 milioni e 788 mila). I perpetratori sono per l’87% persone assegnate maschio alla nascita, per il 72% di nazionalità italiana, e per ben il 31% under 34. Questo evidenzia una serie di lacune che la nostra società è chiamata a colmare: attuare leggi e politiche che tutelino l’equità di genere, rafforzare la raccolta di dati (molte persone non denunciano e restano invisibili nelle percentuali), potenziare i servizi e il supporto a favore dellə sopravvisutə, ma soprattutto sviluppare e diffondere progetti di educazione al consenso, all’affettività e alla sessualità in grado di prevenire le violenze e che sfidino il sistema di norme e atteggiamenti discriminanti.

Alle scuole e alle altre agenzie educative è affidata la grande responsabilità di un’educazione sessuale che sia olistica, orientata al piacere e che inizi fin dai primi anni di vita. Fin dal nido lə bambinə hanno il diritto di essere educatə alla legittimità di dire no e di fissare i propri limiti e di aspettarsi che vengano rispettati, al rispetto dei limiti dellə altrə, all’autonomia del proprio corpo. Progressivamente, con il crescere dell’età, il dibattito si articoli in modo sempre più esplicito e schietto, spiegando in modo diretto cos’è il consenso e cos’è la violenza, oltre che tutte le altre dimensioni cognitive, emotive, sociali, relazionali e fisiche che caratterizzano la sessualità.

È urgente che ogni scuola si doti di un programma di educazione sessuale che tocchi inderogabilmente la questione del consenso. Purtroppo oggi, in Italia, l’educazione sessuale non è obbligatoria per le scuole ed è a discrezione delle linee guida regionali e dellə singolə dirigenti scolasticə.

Che questo articolo sia un monito a loro, a prendersi le loro responsabilità di fronte alle emergenze educative del nostro tempo, e a tuttə noi per sapere esattamente che cosa chiedere e come.

 

Se tu, o una persona vicino a te sta vivendo una situazione di violenza, chiama il numero gratuito e attivo 24h Anti violenza e stalking: 1522.

Per situazioni di emergenza puoi rivolgerti alle forze dell’ordine chiamando il 112.
Centri antiviolenza, consultori e vari sportelli – tra cui gli sportelli di supporto legale, psicologico, ginecologico e nutrizionale di DONNEXSTRADA – sono attivi sul territorio nazionale.

 

Rachele Soragna

Pedagogista ed Educatrice Sessuale

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